Le società di trasformazione urbana (Stu) si stanno da tempo configurando come uno strumento di governo ordinario della città, in un contesto, come quello italiano, in cui si avverte l’assenza di una tradizione di interventi complessi di riqualificazione urbana di successo; gli enti locali tendono quindi a ricorrere sempre più frequentemente alle Stu per operare quelle trasformazioni urbane e territoriali che diverrebbero difficilmente realizzabili con gli strumenti tradizionali di pianificazione. In tal senso l’operazione “Fabbrica Colle”, per Colle di Val d’Elsa (Siena) promosso recentemente tramite la costituzione di una società di trasformazione urbana a metà tra Comune (51%) e diversi soci privati (imprese di costruzioni e di servizi, banche, industrie manifatturiere), si pone quale un ambizioso programma di rivitalizzazione urbana in cui emergono i temi della ridefinizione dell’identità urbana, della competitività territoriale, della qualità del paesaggio urbano.
Le Stu, sostengono gli studiosi dei programmi urbani complessi, riescono ad operare in modo proficuo nei casi di interventi su aree in cui convergono molteplici interessi e in cui emergono questioni eterogenee, oppure possono contribuire a indirizzare l’attenzione su quelle situazioni e su quei contesti che, al contrario, risultano residuali o non in grado di innescare autonomamente processi di rivitalizzazione economica e urbana; uno strumento urbanistico che dovrebbe conciliare la qualità degli esiti architettonici e urbanistici con le esigenze della promozione economica e più in specifico del marketing immobiliare, al fine di superare i limiti della pianificazione tradizionale, da un lato, e delle logiche immobiliariste dall’altro.
Le Stu operano in situazioni nelle quali è indispensabile la collaborazione tra attori pubblici e privati, e in cui risulta fertile lo scambio di competenze e di conoscenze; in tal senso le operazioni di riqualificazione urbana e recupero di aree produttive dismesse, così come la riabilitazione dei centri storici, come nel caso di Colle di Val d’Elsa, si pongono come i contesti privilegiati per l’applicazione di una Stu.
Il programma “Fabbrica Colle”, avviato nella sua prima forma già nel 2004 e dalla durata prevista di sette anni, prevede investimenti attorno ai novanta milioni di euro da spendere per azioni di progettazione, promozione e gestione di un’articolata serie di interventi e azioni strategiche diffuse su circa trenta ettari e messi a sistema da un master plan coordinato dall’architetto Iginio Rossi.
L’impianto generale si struttura secondo alcune linee di attrazione tra una serie di “magneti” o elementi attrattori, rafforzati e messi a sistema con una fitta rete di interventi, complessivamente in grado di riconfigurare il centro della città in un “centro commerciale naturale”, pensato come strumento per favorire la crescita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali e commerciali. Il programma comprende: recupero di aree industriali dismesse e di spazi in disuso, riconnessione di percorsi ed infrastrutture ambientali, ripensamento del sistema della mobilità urbana, rinnovamento di spazi pubblici, bonifiche ambientali. Complessivamente l’operazione prevede la realizzazione di 10.500 mq di superfici per nuova residenza, 10.000 mq di attività commerciali e direzionali, 1240 mq di servizi pubblici, 4500 mq di parcheggi privati, 2500 mq di parcheggi pubblici, 5500 mq di spazi verdi.
Il funzionamento generale del sistema è affidato non solo all’eterogeneità ed alla distribuzione diffusa degli interventi nell’area urbana, ma anche alla mixité funzionale che li caratterizza.
Il riuso di aree dismesse, il ridisegno e recupero di parti di città “degradate” sono temi tradizionalmente affrontati e pensati nel contesto di grandi città, o grandi aree urbane, essendo le operazioni di trasformazione legate alla dismissione e al riuso considerate da tempo tra le principali strategie della modificazione del paesaggio e dell’ambiente urbano; in questo caso la questione conosce una dimensione diversa, una traslazione verso una misura più minuta, e si intreccia con temi e strategie provenienti da un contesto territoriale, quello della Val D’Elsa, celebrato per i suoi valori ambientali e paesaggistici e all’interno del quale la città intende ritagliarsi un ruolo meno legato al mondo della produzione.
Allo stesso tempo il coinvolgimento nella progettazione di professionisti di fama riconosciuta (l’architetto Jean Nouvel, accompagnato da un gruppo di artisti internazionali, il paesaggista Gilles Clément) intende portare a questa operazione un notevole riflesso mediatico ed un’apertura di livello internazionale.
Il programma di recupero
L’insieme delle operazioni investe una superficie vasta, circa trenta ettari, dimensione che avvicina questa operazione a quella di altre più conosciute (si pensi ai ventotto ettari di superficie del Lingotto a Torino). Tuttavia a Colle di Val d’Elsa la questione assume proporzioni diverse, sia in rapporto alle dimensioni del centro urbano interessato (un piccolo centro di 20.000 abitanti circa), sia per l’eterogeneità delle situazioni e dei materiali urbani coinvolti.
Il programma di recupero, pur esteso, agisce in un contesto relativamente ridotto, consentendo di rileggere la città come un organismo unitario, e proponendo una renovatio urbis condotta tramite l’azione su alcuni nodi e situazioni strategiche, pensate in maniera tale da diffondere la loro influenza sull’intero tessuto urbano. Il recupero del vecchio impianto della Fabbrichina (l’intervento principale), un nuovo sistema di risalita meccanizzata tra la parte bassa e quella alta della città, il rifacimento di Piazza Arnolfo di Cambio, la costituzione di un “centro commerciale naturale”, tra gli interventi principali messi in atto dall’operazione attuata su Colle di Val d’Elsa, configurano una sorta di “rifondazione urbana” di un piccolo centro tramite gli strumenti del progetto urbano, dell’adeguamento infrastrutturale, delle operazioni artistiche; dei diversi progetti e azioni poste in atto, quello che conta, secondo le intenzioni del piano di Iginio Rossi, è la capacità che questi hanno di irradiare, di produrre aloni in grado di restituire vitalità all’intero centro urbano.
Se le operazioni di ristrutturazione fanno leva in particolare sull’appeal esercitato dai luoghi della produzione, i nuovi interventi giocano sul rapporto tra passato e presente. La rifondazione va di pari passo con la ricostruzione dell’identità urbana, realizzata tramite l’evocazione della memoria. Operazione che viene effettuata in diversi modi: con la conservazione di elementi caratteristici della storia della città (nel caso dell’area della Fabbrichina, la conservazione totemica della ciminiera, simbolo del passato produttivo dell’area) o con la creazione di elementi di suggestione della memoria (come negli interventi di innovazione e sperimentazione realizzati dai quattro artisti sui portici e sulla pavimentazione di Piazza Arnolfo di Cambio).
L’idea di città che esce fuori da questo programma non è molto distante da quella risultante da altre operazioni di questo tipo tentate recentemente, e cioè quella di un piccolo centro glamour, luogo del loisir, che assume come proprio il tema della stratificazione di usi e funzioni proprio della retorica della città storica.
Se la qualità del verde e dello spazio aperto rappresenta il principale elemento rivolto verso la collettività, l’insediamento di funzioni legate alla distribuzione commerciale è l’elemento di garanzia per gli investitori che ricercano la redditività dell’intervento. È questo uno degli aspetti promozionali dell’operazione del centro commerciale naturale, dove l’ottica commerciale e quella del loisir si intrecciano. E il cuore dell’operazione, la Fabbrichina, si presenta come un’operazione sospesa a metà tra la logiche della patrimonializzazione dell’eredità industriale (o della conservazione integrale), e le esigenze della valorizzazione fondiaria, da ottenere tramite accorte aggiunte di volumi.
Loisir, commercio e servizi, sono infatti tre consolidate categorie delle strategie di recupero urbano, e hanno la funzione di evocare il passaggio della città da una condizione oscura (in questo caso in quanto segnata da una presenza industriale), ad una più luminosa.
L’ambiguo tema della qualità, termine sempre più evocato in operazioni di questo tipo, qui è affidato a due aspetti: da un lato, la capacità complessiva del programma di generare effetti alla scala urbana, dall’altro la definizione della qualità dei singoli interventi, in questo caso ricercata tramite la firma del gruppo di progettisti ed artisti chiamati ad operare.
Gli interventi
Fabbrichina
Centro dell’operazione “Fabbrica Colle” è il recupero dell’area della Fabbrichina, interamente affidato a Jean Nouvel.
Si tratta di una zona artigianale dismessa posta in prossimità del centro della città bassa, un tempo luogo di produzione del cristallo, e uno dei principali elementi di archeologia industriale presenti in questa città dove venne messo a punto, verso la metà del secolo scorso, un sistema di produzione innovativo del cristallo, una miscela con la presenza del 24% di piombo, diversa da quella fino ad allora prodotta in Italia.
Il restauro degli immobili prevede l’inserimento di nuove funzioni: attività per servizi, nell’immobile della Fabbrichina; negozi, residenze e servizi nell’immobile dell’ex-Vulcania (una vecchia fabbrica per la produzione di ceramiche). L’area antistante diverrà una piazza pedonale, pavimentata in cotto, su cui sia affacceranno attività commerciali di varia natura e attrezzata con una tettoia che richiama i vecchi essiccatoi per le ceramiche e le terrecotte. A completamento dell’intervento di recupero è previsto l’inserimento di nuovi elementi, una mediateca ed un edificio residenziale: la prima consisterà in un edificio con copertura a padiglione ribassato che ingloberà la vecchia ciminiera, simbolo del passato produttivo di quest’area; la stecca residenziale, posta a valle della collina del Poggino, ridefinirà lo spazio pubblico pedonale posto al centro dell’intervento. Accanto a questo si prevedono poi un parcheggio interrato per circa 200 posti auto e spazi verdi caratterizzati dalla presenza di opere di artisti come Sol Lewitt.
L’intervento richiede un’opera di bonifica preventiva dell’area ed il rifacimento dei sottoservizi, e sarà caratterizzato dall’adozione di nuove tecnologie dell’abitare (come il teleriscaldamento e il teleraffrescamento).
Il recupero dell’insediamento industriale prevede inoltre la costruzione di un Centro del Cristallo, pensato per celebrare il materiale simbolo dell’industria colligiana, e che contiene, oltre ad un auditorium e ambienti per mostre, anche spazi per la produzione di tipo dimostrativo. L’edificio, parzialmente ipogeo, è articolato su tre livelli, diversamente leggibili in funzione della modellazione del terreno, e interamente rivestito di laterizio; le sole parti vetrate sono quelle rivolte a valle e verso la corte interna.
Nel complesso della Fabbrichina sono rintracciabili alcuni dei temi progettuali affrontati in passato da Jean Nouvel, in particolare la soluzione nel trattamento delle superfici, costruita secondo un’alternanza tra parti opache e parti trasparenti, e che proviene da una ricerca linguistica che si può far risalire ai tempi della casa Cognacq-Jay a Rueil, dove Nouvel inizia ad affrontare il tema della trasparenza e dell’opacità in un edificio. La sua non è tanto la ricerca della trasparenza intesa nel senso degli architetti del Movimento Moderno, come visibilità e passaggio di luce, quanto piuttosto come un tentativo di procedere verso la smaterializzazione degli edifici; a tal scopo il materiale privilegiato di Nouvel, il vetro, è utilizzato non tanto per permettere il passaggio dello sguardo quanto per le sue capacità riflettenti, di funzionare come membrana mutevole. L’evanescenza fisica del progetto è inoltre una delle strategie messe a punto da Nouvel nel definire il rapporto tra intervento contemporaneo e contesto urbano, un richiamo diretto a quella estéthique de la disparition delineata da Paul Virilio.
Il progetto per il Centro del Cristallo Nouvel sembra richiamarsi inoltre a quel “principio di inclusione” già sperimentato nel progetto per il Kultur und Kongresszentrum di Lucerna, in cui il paesaggio viene catturato dall’intervento, re-inquadrandolo; qui la strategia di inclusione sembra in qualche modo ribaltata, agendo per incorporazione.
Impianto di risalita
Lo studio di nuovi percorsi e forme di percorribilità urbana ha portato alla realizzazione di un impianto di risalita che permette di superare il dislivello di quaranta metri esistente tra le due parti di città, connettendo la parte bassa al baluardo della città alta.
Questo intervento, progettato dalla società perugina Syntagma con la consulenza di Jean Nouvel, è costituito da due gallerie, una orizzontale ed una verticale ed è stato realizzato sfruttando un vecchio rifugio anti-aereo, della lunghezza di circa sessanta metri, posto al livello della città bassa; alla fine della galleria orizzontale due ascensori permettono di risalire il tunnel verticale in meno di un minuto.
Uno degli elementi caratterizzanti l’intervento è l’insieme di dispositivi pensati per evitare la sensazione claustrofobica del lungo percorso sotterraneo; al fine di evitare situazioni di ansia e di consentire un contatto visivo virtuale con l’esterno, lungo il percorso vengono proiettate immagini riprese da telecamere poste sul baluardo.
Piazza Arnolfo di Cambio
La strategia di riqualificazione degli spazi aperti della città si articola attorno a Piazza Arnolfo di Cambio, il principale spazio pubblico della città, realizzato nel 1867 come spazio per lo svolgimento di fiere e mercati.
La piazza ha una posizione baricentrica rispetto al resto degli interventi promossi dal piano e la sua ridefinizione è costruita, secondo un modo di operare proprio di Jean Nouvel, attraverso un incrocio tra gli strumenti dell’architettura e quelli delle pratiche artistiche.
Il progetto, attualmente in corso di realizzazione, ha preso l’avvio con la sistemazione della pavimentazione di una delle strade prossime alla piazza e con la riqualificazione del sistema di canali che l’attraversano, che in passato alimentavano le attività manifatturiere della città. Jean Nouvel ha individuato le linee guida del recupero, mentre la qualità e la riqualificazione degli spazi esistenti sono state affidate all’opera di artisti, coordinati dallo stesso architetto francese, tra cui Daniel Buren, Lewis Baltz, Bertrand Lavier e Alessandra Tesi.
David Buren ha lavorato sulla pavimentazione della piazza attraverso una sua ridefinizione in tre ambiti, caratterizzati dalla bicromia dei materiali di rivestimento. La definizione della piazza è affidata ad un disegno di pavimentazione che segue una geometria molto forte, articolata in due aree principali separate da una sezione centrale che ruota attorno al preesistente monumento ai caduti. Il diverso disegno dei due spazi principali trova la sua misura nel passo dei portici che circondano la piazza, declinato secondo due geometrie opposte, una a scacchiera ed una radiale; in entrambe le fasce di pavimentazione che creano il disegno sono realizzate con liste di pietra bianca e nera alternate.Il tema dell’alternanza tra bande bianche e nere e la misura delle liste di pietra è costante nella produzione di questo artista, ma trova in questo contesto un richiamo con la tecnica della bicromia propria della tradizione del romanico toscano.
Il trattamento dei portici che circondano la piazza su tre lati sono stati affidati a Bertrand Lavier il quale ha lavorato sulle arcate dei portici concependole complessivamente come una grande “lanterna” luminosa, definita da una sequenza di tende colorate. L’ombra e l’illuminazione dei portici viene quindi definita da un sistema di tende da protezione con apertura a semicerchio, di colore arancione, aggettanti verso la piazza. Il colore delle tende non è lo stesso per tutte ma è basato su minime variazioni, una sorta di campionario del colore arancione; l’idea dell’artista è quella di affidare la realizzazione della tenda di ogni singolo portico ad un’azienda diversa in modo da ottenere 33 tipi differenti di arancione.
Lewis Baltz, già conosciuto per i suoi lavori “topografici” come Candlestick Point, ha lavorato sul recupero della Gora, considerata dall’artista come il principale elemento di attrazione della piazza. L’intero canale sarà lasciato a vista ma coperto da superfici diversamente trasparenti che ne consentono l’attraversamento: grigliati metallici, lastre trasparenti in vetro o policarbonato.
L’illuminazione e la pittura delle volte dei portici sono affidati ad Alessandra Tesi. L’artista, la cui ricerca ruota attorno ai materiali della cosmetica femminile, agli smalti colorati, alle paillettes e al trattamento dei fasci luminosi, ha previsto una serie di soluzioni basate sulla diffusione e rifrazione della luce solare ed artificiale sulle pavimentazioni e sulle volte dei portici, in grado di creare luminosità e colorazioni variabili a seconda della posizione dell’osservatore e del momento della giornata.
Scalo merci
A completamento dell’insieme delle operazioni previste dal master plan, la ridefinizione del vecchio Scalo merci si configura come un recupero delle vecchie aree ferroviarie per spazi verdi e residenziali.
Il progetto, opera di Jean Nouvel e del paesaggista Gilles Clément, prevede funzioni miste, residenziali, commerciali e direzionali contenute in un volume sviluppato su quattro piani fuori terra, su due seminterrati rivolti verso il giardino, ed un piano interrato. L’edificio presenta una sezione che si restringe in altezza creando una serie di terrazze-tetti giardino.
Questo intervento, secondo un linguaggio proprio di Jean Nouvel, presenta un’alternanza tra superfici opache e grandi superfici in vetro; il piano terra presenta un fronte totalmente vetrato nella parte rivolta verso la strada, i piani superiori rivolgono invece le loro superfici trasparenti sulle terrazze-giardino del lato opposto.
La stereometria di questo edificio fatto di terrazze e dal tetto piano è sottolineata dal rivestimento in doghe di legno orizzontali del legno e presenta diversi sistemi di apertura e di brise-soleil che favoriscono la flessibilità d’uso da parte degli abitanti ed un disegno di facciata continuamente mutevole.



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Scritto da: poker machine | 28/set/11 a 23:16:23 Europe/Rome