Illich Ivan, 2006. Elogio della bicicletta. (a cura di Franco La Cecla) Bollati Boringhieri, Torino; € 7,00.
di Fabio Fiori

Strade sempre più pericolose, aria sempre più irrespirabile, rumori sempre più fastidiosi. Imputato unico e, incontestabilmente, colpevole: l’automobile. Un mezzo che allieta e al contempo aliena le nostre vite. A ricordarci quanto siano pericolose, spesso mortali, le strade e le autostrade ci sono i drammi privati, le cronache quotidiane, i rapporti periodici e da qualche mese anche la cartellonistica autostradale. Solo sull’A14, da Bologna a Taranto nel 2006 un cartello luminoso ci informava che hanno perso la vita oltre 60 persone. Malgrado ciò le pubblicità di favolose auto ci perseguitano su giornali, radio, televisione e web. Automobili che sfrecciano su strade panoramiche deserte o addirittura all’interno di centri storici sgombri da quella marea metallica che nel concreto da oltre mezzo secolo li inonda. Una situazione a dir poco paradossale, che continua ad alimentare il mito della motorizzazione, in un continuo divenire, oggi paradossalmente “ecologico”.
Apparentemente provocatoria, ma concretamente illuminante, è in questo ormai grottesco contesto l’analisi sull’industria del trasporto fatta da Ivan Illich, che con grande lungimiranza trent’anni fa, in pieno boom economico, scrisse un “Elogio della bicicletta”. Il testo, da poco ripubblicato e arricchito da una “critica alle automobili” di Franco La Cecla, rimane di stringente attualità, anzi la sua inascoltata denuncia risulta ancor più scottante. La tesi di fondo di Illich è che l’economia imperante tende a ignorare qualsiasi limite alla “crescita del consumo energetico”. Anzi è proprio di questi ultimi anni l’ossessivo battage pubblicitario al SUV, elevamento a potenza del consumo energetico, che diventa status symbol. Esiste al contrario un “quanta di energia” a cui tutti dovrebbero aver diritto, consapevoli però del fatto che lo stesso non può essere superato, pena il degrado dell’ambiente naturale e di quello sociale. Perché a ben pensarci ancor prima del peggioramento ecologico, ciò che l’automobile ha distrutto è l’ambiente sociale. Occupando strade e piazze, l’auto ha relegato il pedone a microscopiche riserve protette, che chiamiamo aree pedonali, ha eliminato il ciclista o al più lo ha costretto a stretti, frammentari, spesso comunque pericolosi, percorsi che chiamiamo piste ciclabili. In meno di un secolo le città, sempre grazie all’automobile, si sono sfasciate, sia in termini d’espansione inusitata, sia in termini di vivibilità. Solo ripensando una più equilibrata modalità e velocità di spostamento si potrà concretamente restituire alle città anche un valore sociale. Solo rivalutando la bicicletta, non unicamente come svago, ma come il più efficiente ed ecologico mezzo di trasporto, si potranno concretamente ritrovare spazi urbani conviviali. L’elogio della bicicletta non è un nostalgico esercizio critico, ma una riflessione argomentata sulla improrogabile necessità di ridimensionare uno dei tanti miti della modernità, quello della velocità. E’ però necessario acquisire la consapevolezza che “la maturità tecnologica [di cui la bici può assurgere a simbolo, avendo per altro come invenzione la stessa età dell’auto] permette una varietà di scelte politiche e di culture”.
Fabio Fiori
fiorifa@virgilio.it
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Scritto da: casino on line | 16/ago/11 a 16:27:19 Europe/Rome