La rappresentazione dell’abitare nella città contemporanea è diventata, negli ultimi anni, inadeguata, spesso compresa tra modelli semplificati: l’abitare denso, poroso e pericoloso dei quartieri etnici o lo spazio semichiuso e banalizzato delle enclave residenziali protette. Questa semplificazione può essere fatta risalire ad una scarsa attenzione riservata a questi temi che dura nel nostro paese da almeno quindici anni, un’assenza cha ha sottinteso una fiducia: che il miglioramento progressivo nelle condizioni abitative a partire dal dopoguerra e l’allargamento delle classi proprietarie (rinvenibile ad esempio nel fenomeno della dispersione insediativa), avessero ormai reso il tema scarsamente rilevante.
La pubblicazione in questi ultimi mesi di nuovi studi corrisponde quindi ad un doppio tentativo: definire strumenti e strategie di osservazione dell’abitare, sottolineando la rilevanza politica che il tema presenta; e contemporaneamente segnare la fine di un periodo, il decennio lungo degli anni ’90, che ha visto la prevalenza di filoni di ricerca caratterizzati in buona parte da un modo s-politicizzato di parlare della città (le questioni delle vision e delle rigenerazioni urbane, le strategie dell’adeguamento infrastrutturale per la competitività del territorio, il paesaggio come infrastruttura identitaria monolitica). Temi che hanno portato alla messa a punto di progetti di trasformazione della città e del territorio apparentemente anestetizzati rispetto ai loro impatti sulle pratiche dell’abitare, sulla vita reale, che scivolavano non raramente in una sorta di fresh conservatorism.

E’ dunque opportuno prestare attenzione all’emergere di nuovi studi. Due si segnalano per le aperture che propongono: il primo, prodotto da Multiplicity, il secondo promosso dall’Associazione Interessi Metropolitani di Milano. Entrambi insistono, non a caso, sulla regione milanese. Ed entrambi riflettono ampie conoscenze maturate in un lungo arco di tempo dai due coordinatori impliciti: Stefano Boeri e Arturo Lanzani, autori 15 anni fa, con Edoardo Marini, di Il territorio che cambia (Segesta, Milano, 1993). La diversità del loro approccio emerge, ad esempio, rispetto a recenti letture e progetti per la regione milanese come nel caso di XMilano di Macchi Cassia (Hoepli, Milano, 2004) che, secondo un atteggiamento proprio degli anni ‘90, tendevano a mettere in primo piano ancora le reti, le piattaforme logistiche come superfici infrastrutturali strategiche.
Gli strumenti di descrizione dell’abitare di queste nuove ricerche si discostano da quelli tradizionali (legati al mercato edilizio, alle politiche di housing, alla lettura “elementarista” dello spazio) e si affidano alla cronaca e alla narrazione. Ne emerge una fenomenologia variegata, segnata dalla rottura del nesso lineare tra casa, famiglia, lavoro, luogo (mentre permane, nel mercato edilizio, l’offerta di modelli abitativi rigidi), dall’affermarsi di una rendita diffusa, e soprattutto dalla dimensione estroversa dell’abitare alla “conquista” dello spazio esterno, oltre l’alloggio, verso il paesaggio e le esperienze che esso può offrire. Su questo insiste Lanzani nella ricerca Aim, nella quale, la propensione alla cattura dello spazio esterno è espressa attraverso dieci itinerari tematici, dieci racconti in cui vengono metabolizzate le interviste e le indagini, e indagata la relazione tra pratiche dell’abitare e luoghi. Quello che interessa in questo lavoro è la messa a fuoco della relazione tra mutamento dell’abitare e paesaggio: osservare l’abitare non più in senso modernista, come elemento distinto, separato, ma come parte del paesaggio, secondo una tradizione che potrebbe dirsi pre-modernista. In realtà l’estroversione dell’abitare (per la quale si abitano spazi ben oltre l’abitazione: il parco, il supermercato, il treno, ecc.) potrebbe essere considerata una sorta di salto di scala dello spazio interno: una sua dilatazione fino ad inglobare come una “bolla”, direbbe Peter Sloterdijk, anche l’ambiente esterno; un dispositivo per “mettere ordine e fare scenario”, direbbe Branzi; la ricerca di una strategia contro l’insicurezza sociale.
Questa rappresentazione dell’abitare evidenzia anche una perdita, quella della linearità dell’abitare, della “predicibilità” dei modi di vivere; l’abitare diviene un mestiere, legato alle capacità, ai vincoli, alle risorse del contesto, mestiere che si costruisce con «esperienza e arguzia, con tattiche più che con un progetto o una strategia» e nel quale le variabili importanti sono come, con chi, dove. Vi è sottesa «un’idea di libertà, di opzione soggettiva», ma anche l’evanescenza del collettivo. Abitare assume il carattere di un esercizio di immaginazione, di un’esplorazione, di composizione tra paesaggi complementari, una navigazione priva di rotta il cui elemento centrale è il movimento, diventando, e qui Lanzani cita Sloterdijk, «uomini del fine settimana, ovverossia individui del tempo libero, che hanno scoperto la comodità dell’alienazione, il comfort della doppia vita».
Un punto di accordo tra gli studi recenti sull’abitare è nella diversità e nella molteplicità delle sue forme. Molteplicità e diversità che diventa dominante nella ricerca coordinata da Stefano Boeri, la quale utilizza come materiale di avvio dell’indagine la cronaca locale, nera e sportiva, intesa come mente della città, come porta di indizi.
Temi e situazioni evidenziate dalla cronaca sono oggetto di sopralluoghi, ricognizioni, descrizioni fotografiche, che prendono la forma di un atlante dell’abitare (www.milanocronachedellabitare.net) che restituisce lo “spazio complicato” della città articolandolo per punti omogenei e spazi di transizione. Qui il rilievo dato ai fatti di cronaca, alle interviste, alla messa in primo piano della materia grezza, avvicina la rappresentazione alle forme di un quadro espressionista; si mostra maggiore attenzione a cogliere quella diversità e molteplicità di cui si è detto: abitare in una baraccopoli, in un posto letto per migranti, in un’isola residenziale, in un quartiere popolare, in un loft, in un residence, in una casa per anziani, in una casa per studenti, in un centro di accoglienza… fino al Sofa surfing (dove l’abitare assume i caratteri estremi di un videogame, di una sfida, in cui il campo di gioco con le sue regole, vincoli e insidie, è la città stessa), o alla casa-negozio (un’abitare semitrasparente che porta a ripensare il rapporto tra lo stare in pubblico e lo stare in privato), sottolineando in tal modo la pervasività dell’anomalia.
Entro questa variegata fenomenologia, sono colte almeno tre innovazioni nelle forme dell’abitare: un “abitare difficile”, esito di errori nel passato sulla valutazione del fabbisogno abitativo; un “abitare temporaneo”, come nei casi sempre più frequenti di bi-residenzialità; e un “abitare insieme” come strategia di compensazione tra bisogni diversi. Le tre forme generano l’immagine di un caleidoscopio, risultato di una trasformazione molecolare della città operata prevalentemente per “sussulti”, che mal si coniuga con le grandi operazioni di trasformazione urbana attualmente in corso a Milano, come altrove, mettendo a fuoco almeno due questioni: il caleidoscopio delle forme dell’abitare non sembra coincidere con profili sociali definiti se non nelle forme estreme, e contemporaneamente evidenza la difficoltà nell’individuare. e progettare, “modelli dell’abitare” appropriati.
Come affrontare dunque la questione dell’abitare in vista non solo della sua descrizione, ma di un intervento teso a farvi fronte? Le ricerche non affrontano direttamente questo punto (e per questo sono state in qualche modo criticate) tuttavia evidenziano l’inadeguatezza della stessa nozione di progetto, come tradizionalmente è intesa. I modelli dell’abitare, validi universalmente, perciò rigidi, tollerano le pratiche informali o anomale solo se queste rimangono residuali. Sostiene Branzi che «l’idea di una progettazione che risponda a domande generali oggi entra in crisi, e si attivano invece processi di continuo adeguamento elastico, adeguamento allo stato di imperfezione, di crisi, di una realtà che non funziona. Il punto è che questo adeguamento non avviene più attraverso i megaprogetti e i megaprogrammi, ma piuttosto attraverso le operazioni dei sottosistemi, delle macrostrutture»; occorre cioè la «capacità di produrre innovazione che è altra cosa dal progetto: il progetto è la ricerca di una soluzione per i tempi lunghi, mentre innovazione è una strategia evolutiva, di continui processi di aggiornamento, di adattamento». Logiche che sembrano avvicinarsi ad alcune strategie di riqualificazione di contesti urbani messe a punto per i paesi in via di sviluppo.
«La dama mi ha insegnato a percepire l’incittà come un ecosistema, tutto equilibri e interazioni. Con cimiteri e culle, lingue e linguaggi, mummificazioni e carni che pulsano. E nulla che progredisce o arretra, nessuna avanzata lineare o evoluzione darwiniana. Null’altro che il turbinio casuale di quel che vive. Al di là delle malinconie, delle nostalgie inquiete o delle avanguardie volontarie, bisogna definire quelle leggi informulabili. Ma come?» (Patrick Chamoiseau, Texaco, Einaudi, Torino 1994).
antonio@dcfstudio.191.it
Una precedente versione di questo articolo è stata già pubblicata sul numero di giugno 2007 de L'indice dei libri del mese


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Scritto da: technical writing jobs | 23/ago/11 a 22:39:04 Europe/Rome