
Rem Koolhaas, Junkspace. Per un ripensamento radicale dello spazio urbano
a cura di Gabriele Mastrigli, Quodlibet, Macerata 2006
pp. 123, € 13.50
di Cristina Renzoni
Tradotti in italiano e raccolti per la prima volta in un unico volume, escono a cura di Gabriele Mastrigli tre dei saggi più conosciuti e significativi scritti da Rem Koolhaas negli ultimi anni: Bigness, ovvero il problema della Grande Dimensione, La Città Generica e Junkspace. I primi due testi sono tratti da S,M,L,XL, la voluminosa e assai poco maneggevole monografia a cura di Jennifer Sigler pubblicata nel 1995 da Monacelli Press e da 010 Publisher; Junkspace, che dà il titolo alla raccolta, è tratto dal secondo dei due volumi che raccolgono gli esiti del vasto programma di ricerca intrapreso dall’architetto olandese nei corsi tenuti a Harvard a partire dal 1995: Project on the City 2 / Harvard Design School, Guide to Shopping (Taschen, Köln 2001).
Si tratta di tre testi che rivestono un ruolo estremamente rilevante all’interno della vasta produzione teorica di Koolhaas e che mettono in luce il continuo lavoro di costruzione di quello che Mastrigli nella sua postfazione definisce il “patrimonio terminologico che l’autore tende consapevolmente a creare”: Koolhaas gioca e al contempo lavora sapientemente con il potere delle parole, un potere che in quanto evocativo e simbolico, è in primo luogo potere economico
Dal quartiere “Ipocrisia (detto anche Ripensamento, Waterfront, Troppo tardi …)” alla città tranquillizzante dei “numeri di telefono facili”, dall’aeroporto iper-locale e iper-planetario fino alla “privacy fino a poco fa impenetrabile della tua camera da letto”, l’autore mette in scena un continuo ribaltamento dei piani e delle distanze che usa come sponda per un disinvolto andirivieni tra le scale.
La Bigness è la Grande Dimensione in quanto tale, pura quantità depurata dalla sfera morale ed etica della qualità, “al di là del bene e del male”. Avulsa da ogni logica di sistema o di programma, la Bigness “esiste; al massimo, coesiste. Il suo messaggio implicito è: fanculo il contesto”.
La Città Generica (o forse potremmo chiamarla città diffusa, villettopoli, sprawl, campagna urbanizzata…) è la città senza storia, abbastanza grande per tutti, comoda, che all’occorrenza può dilatarsi o contrarsi, autodistruggersi o rinnovarsi, senza troppe differenze perché in ogni sua parte è ugualmente interessante o priva di interesse. Si costituisce attraverso un processo incrementale di accostamento di caselle in “un’antologia di tutte le possibilità”, i cui elementi da comporre e combinare per costruire il proprio residuo di Paradiso terrestre sono strade, edifici e natura. In questa città in cui l’apoteosi della pluralità ha abbandonato ogni principio di causa ed effetto “la scoperta più pericolosa e più esilarante è che la pianificazione non fa alcuna differenza”.
I repentini salti di scala, che tuttavia conservano una loro riconoscibilità nei primi due testi, vengono portati all’eccesso in Junkspace, in una trilogia che parte dal “Big Bang architettonico” della Bigness, passando per la lussureggiante dilatazione della “noia variegata” della Città Generica, fino all’ubiquità di uno spazio privo di grandezze in un’amalgama indistinta di Universale: “Il Junkspace è politico: dipende da una rimozione centrale della facoltà critica in nome del comfort e del piacere…Il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri…Il Junkspace è lo spazio come vacanza…”.
I luoghi privilegiati attraverso cui operare questa lettura per Koolhaas sono gli ormai intramontabili aeroporti e shopping malls, ma anche ospedali, casinò, parchi a tema, nonché le autostrade, il traffico, un appartamento da single, in un vorticoso avvicendamento che giunge fino al corpo: “L’umanità continua a occuparsi dell’architettura. E se lo spazio cominciasse ad occuparsi dell’umanità? …Il cosmetico è il nuovo cosmico”.
Caustico, per certi versi fastidioso e a tratti esilarante, l’autore opera una cinica sezione del reale, in cui le figure dell’iperbole e della progressione crescente congestionano la banalità dei dettagli fino alla perdita di ogni tipo di riferimento gerarchico e spaziale in quel “piano metropolitano continuo” fatto di genericità e ridondanza.
Man mano che si procede nella lettura, nel corso dei tre saggi viene meno il carattere della teoria sempre più a favore della narrazione, una sorta di stream of consciousness nel cui fluire si articolano affermazioni cui non fanno seguito argomentazioni, ma solo punti di sospensione.
Viene a costruirsi così un racconto in tre atti disincantato e distaccato, in cui, rivolto verso un atrio brulicante di Gente, l’architetto getta uno sguardo da lontano. Magari - perché no? - dall’alto di una scala mobile.
Cristina Renzoni
Questo articolo è già pubblicato sul numero 211 (gennaio-febbraio 2007) di Urbanistica Informazioni
Commenti